sabato 11 luglio 2015

Recensione su "The Sound Of Fighting Cats"

Una recensione recente del primo disco de La Guerra delle Formiche appena scoperta. Fonte: http://thesoundoffightingcats.blogspot.it/2015/01/guerra-delle-formiche-la-la-guerra.html

"Saturday, 17 January 2015
Guerra delle Formiche. La - La Guerra delle Formiche (2006)

The debut and so far only album from this Italian band.

La Guerra Delle Formiche is/was a four piece band on this album. That means Italian vocals, drums, keyboards, bass and guitars. 

And no, this is not a run of the mill Italian prog rock album. Not in the traditional sense. The music here is a mix of folk rock, punk, eclectic prog, avant-garde, symph prog and psychedelic rock. This does not make an easy-listening album. 

Indeed, this is not a melodic easy-listening album at all. The guitars are pretty distorted and punk'ish. The bass and drums are rumbling along with this theme. The melodies are pretty weird too.

I wish some good music had been the result of all this. Unfortunate, this is not the case. This half an hour long album, including a hidden track, is a decent enough album. It does not hold my interest for long as I have heard a lot of music like this before........ done better by other bands. This is a decent enough album and that is it.

2 points"

sabato 6 settembre 2014

Zen Circus e Negative Approach: la periferia si fa centro, tra anarchia e globalizzazione.

Stasera i Zen Circus a Vetralla. Domenica invece gli storici Negative Approach. Questa estate, a Sutri, The Sun Ra Arkestra. Ricordo quando, nel 2008, mi stupivo di vedere Giovanni Lindo Ferretti a Vetralla e gli Offlaga Disco Pax a Viterbo. Da buon provinciale, ossessionato dalle sterminate opportunità che sembrava offrirmi la capitale e soffocato dall'arretratezza culturale della mia provincia, non mancavo di esternare il mio stupore, soprattutto in questo articolo di SubTerra del 2008. Gli spettacoli Arci si facevano sempre più grossi, proprio come raccontano gli Offlaga in Lungimiranza, e tutto intorno era un fiorire di festival e locali che sembravano entrare in competizione su chi riusciva a portare il nome più grosso, oppure più di nicchia. A quel tempo per me la musica era una sorta di ragione di vita e non avevo mancato di cadere nella frustrazione e nello snobismo, tipici di chiunque aspiri ad entrare in quella che ai suoi occhi sembra un' élite culturale. Oggi sono cambiato molto, seppur la mia psiche resti piuttosto turbinosa. Da un lato ho messo radicalmente in discussione il valore culturale di certi tipi di sottoculture (quest'anno sono riuscito ad andare a Budapest nei giorni dello Sziget ignorando consapevolmente il festival); dall'altro ho ridimensionato l'importanza che la musica ha nella mia vita, dedicandomi soprattutto alla sfera privata e a quella degli studi classici. Ancora non riesco a capire quante di queste riflessioni siano autentiche e quanto frutto consolatorio di una sorta di frustrazione che persiste per l'isolamento in cui sono più o meno tornato, dopo i rocamboleschi anni passati a Roma, in giro per l'Italia e fuori con il copyleft, l'indie rock dei Winter Beach Disco e l'esperienza di Zero Gravity Toilet. I miei venti anni sono stati questo: in principio una dura lotta per fuggire dal provincialismo e dalla solitudine; nel mezzo un periodo di inebriante vita bohémien; nella loro conclusione un ripiegamento in me stesso, seppur più maturo, consapevole e con ben altri contatti (Allimprovviso è una di quelle cose, nate in quella fase di mezzo, che tuttora gode di ottima salute). I primi post di questo stesso blog testimoniano questa ultima fase. È un peccato che sia andato perduto il mio primo blog, Formica Logorroica, che dal 2005 aveva testimoniato gli sforzi di quella fase iniziale. Tornando al filo del discorso,  in quell'articolo del 2008 scrivevo che era in atto nella provincia una sorta di transizione. Questa transizione adesso è pienamente evoluta ed è stata determinata, sostanzialmente, dalla rivoluzione digitale, che ha comportato ad esempio l'abbassamento dei cachet dei musicisti (il live è divenuto l'unica vera fonte di guadagno) e l'abbattimento, in parte, del rapporto gerarchico tra pubblico e artista (anche se questo era più vero per qualche anno fa; attualmente è in corso una gerarchizzazione del web che sta portando ad una sorta di restaurazione dell' Ancien Régime, almeno per quanto riguarda certo mainstream). Contemporaneamente, gli oggi quarantenni avevano avviato il processo di sprovincializzazione andando in giro per il mondo e, ora che sono rientrati, i ventenni contemporanei crescono alla loro ombra e a loro volta partono, mentre i trentenni - come me - si sono trovati un po' in una terra di mezzo, senza una guida nel momento cruciale della crescita (perché gli oggi quarantenni erano fuori) ma già con l'opportunità di andarsene. Per questo sono rimasti più incerti rispetto ai ventenni, ed alcuni hanno avuto anche una sorta di illuminazione tardiva. In questo decennio, ho avuto la netta impressione che il ruolo della capitale ne uscisse decisamente ridimensionato. La globalizzazione e la digitalizzazione hanno sancito una sorta di rivincita della Provincia sulla Città, anche se è pur vero che questo fenomeno può essere inquadrato nella naturale e tardiva recezione da parte delle periferie dei fenomeni culturali che si irradiano dal centro. Eppure, in certe cose, la provincia è riuscita ad anticipare la Città, e qui ritengo sia da notare qualcosa di nuovo. 
     Come scrivevo anni fa, la scena hc è stata per Viterbo uno dei movimenti culturali più evoluti, anche se quando scrivevo (nel 2006) avevo notato come si fosse allora assopita. Questa tendenza mi è stata confermata dal libro di Andrea Capò Corsetti, Viterbo Hardcore, pubblicato lo scorso anno, che rileva anche come la nuova generazione di punk abbia riportato in auge la scena ed anzi, per certi versi, stia andando anche più lontano, fianco a fianco con i rappresentanti sopravvissuti della vecchia guardia (secondo il concetto di orizzontalità e assenza di gerarchie tipico della cultura punk-anarchica). Il live dei Negative Approach di domani ne è prova. Ogni ambito culturale del viterbese è stato coinvolto da questo processo. Non so quanto questa lettura sia estendibile in generale come chiave di lettura dei cambiameti in atto tra centro e periferia. Si assiste ad una sorta di frammentazione dell' establishment precedente che sparge le sue scehegge sulle perifere prime rimaste escluse. Non solo il mercato si è nebulizzato: in quest'ottica anche la crisi economica può essere veramente un'opportunità, anche se i tipi di risposta che ad essa si danno sono molti diversi tra di loro e il sistema sta operando per una fortissima restaurazione. Per fare un esempio, attenendomi sempre a questo piccolo orticello musicale, la cultura "alternativa" (o pseudo tale, se preferite) che questa sera porterà gli Zen Circus a Vetralla è molto diversa da quella anarchica che domani farà suonare i Negative Approach, anche se entrambe si presentano come alternative possibili. L'una propone una versione corretta e più abbordabile dello star-system e dei rapporti di potere precedenti (con il rischio di avere in seno gli aspetti più deleteri della globalizzazione edella frammentazione del mercato, che fagocita anche le forme di protesta, mercificandole e neutralizzandole); l'altra persiste da decenni come corpo-altro, impenetrabile e (apparentemente) incompatibile con il capitalismo e con i suoi rapporti gerarchici, ma è chiusa in se stessa. Si potrebbe fare lo stesso discorso per ogni disciplina artistica, e sono abbastanza convinto che fenomeni simili compaiano su tutto il territorio nazionale. E chissà, anche fuori dall'Italia. Tante piccole forze come SubTerra e gli artisti che rappresenta restano come tertium isolato ma vivo tra queste realtà, ed ancora non ho ben capito dove vogliamo andare a parare, legati come siamo alla cultura anarchica e d.i.y. (ma senza far parte di quel mondo), al concetto di glocal e al desiderio che resta comunque, quasi come un tabu inconscio ed inconfessabile, di emergere in quel mondo "alternativo" che pur critichiamo per la sua omologazione, poiché continuo a pensare che vedere la contrapposizione tra underground e mainstream in modo manicheo sia ancora fuorviante e riduttivo.   

lunedì 1 settembre 2014

Il disco della Sfactory

Le Formiche sono piuttosto silenti da molto tempo. Dopo l'ultimo lavoro musicato per Silvia nel 2010 (Il Funerale della Ninfea), non ho prodotto più niente di sostanziale né scritto con regolarità. Qualche collaborazione sparuta è venuta fuori qua e là (Orsorella e gli altri, L'Acqua nella Memoria), ma di fatto sto vivendo come in stand-by, in attesa di non so cosa, mentre mi dedico ora a SubTerra, ora a qualche collaborazione nascosta, in mezzo a doveri quotidiani sempre più pressanti. Ma c'è un lavoro costante, portato avanti a piccolissimi passi, che dalla fine del 2010 mi sta tenendo completamente occupato. Tutto questo lavoro è per la produzione di un disco, scritto a quattro mani con il mio grandissimo amico e artista Humpty Dumpty. Lui ha fornito le bozze di quasi tutte le musiche e i testi, io sto arrangiando, registrando e suonando tutti gli strumenti. Il genio di Humpty mi dà la certezza che, almeno per quanto riguarda la sua parte, questo disco sarà veramente bello. È affidato completamente alle mie mani, ma abbiamo deciso che, a livello vocale, sarà corale. Silvia Leoni, sua sorella (nonché mia compagna) Sumire e il Tedesko saranno infatti i cantanti che presteranno le voci alle dodici canzoni che abbiamo in programma. Tutti insieme costituiamo in questo momento il nucleo centrale di SubTerra (mancano gli Hyaena Reading, che voglio coinvolgere in qualche modo), e così questo disco viene ad acquisire per me un valore collettivo ulteriore. Ma c'è di più. Altri amici potrebbero aggiungersi in esso, amici con cui abbiamo condiviso momenti splendidi nei viaggi in Sicilia degli ultimi anni. Per questo abbiamo deciso di ribattezzare il nostro strambo collettivo Sfactory, perché ci sembra giusto ed opportuno non prenderci troppo sul serio. Nonostante questo, non posso nascondere l'importanza che questo disco assume per me, tale da rimandare i miei lavori più strettamente personali, in attesa ormai da ben quasi otto anni (!). Questa importanza non nasce solo dalla preziosa collaborazione con un genio contemporaneo come Humpty Dumpty (anche se ancora nascosto perché troppo outsider), ma soprattutto per l'amicizia, l'affiatamento e la condivisione di ideali e utopie che hanno unito il gruppo della Sfactory nei brevi ma intensi momenti di incontro de visu. Nella mia perenne ed assoluta solitudine, ho cercato sempre momenti collettivi simili, su cui costruire la mia famiglia artistica ed umana. So per esperienza quanto comunità simili siano fragili se non effimere. È forse per questo che in quasi dieci anni non ho fatto altro che cercare dimensioni collettive, per paura forse di dover fronteggiare ancora una volta la mia solitudine. Qualsiasi cosa sarà della Sfactory, so che dopo questo disco tornerò a me stesso come feci con quell'atto di nascita del 2006, testimoniato da un blog che allora aggiornavo febbrilmente e che disgraziatamente è andato perduto. Quella dimensione, quella mia voce mi mancano. È per questo che voglio riappropriarmene per lo meno con una certa frequenza a partire da qui, da questo lavoro collettivo. 
    Attualmente, le basi ritmiche sono quasi tutte complete. Vi sono le chitarre guida, le batterie e le bozze dei bassi. Mi manca un ampli di basso decente con cui registrare (non ho più congiunti forniti di ampli), ma so già che molti amici potrebbero prestarmelo. Potrebbe anche essere un'occasione per rivederli dopo molti anni. Le idee di Humpty sono bellissime. La loro più grande qualità, come sempre nei suoi lavori, è la melodia. Sono pochi quelli che sanno comporre una melodia come lui. E poi la sperimentazione: nonostante il nucleo centrale di ogni canzone sia da ricercare in una raffinatissima melodia, tale da rendere queste canzoni pop, alcune strutture sono decisamente anti-pop. Ben testimonia questo strano ossimore una canzone come Rain,, il primo singolo di questo disco, già pubblicato nel 2011, ma che rimaneggerò. Oltre a Rain, un altro pezzo è già stato pubblicato nel 2012. Si tratta di Gibellina Song, che ha visto l'esordio inatteso e sorprendente di Sumire alla voce.  Quasi tutti i testi sono stati scritti da Humpty, ma ve ne saranno alcuni scritti da me. Il filo conduttore è ben preciso: il rapporto uomo-donna, sofferto, malinconico, struggente, doloroso. Uno scavo in esperienze che sia io, sia Humpty abbiamo vissuto in maniera molto profonda, forse perché simili da questo punto di vista. Questo tema ha per noi una valenza fondamentale, non solo perché origine del mondo in senso più strettamente fisico, ma piuttosto meta-fisico, ossia creazione tout-court a partire dallo scavo d'abisso che si opera attraverso la sofferenza. Come ne Il Principio del Cerchio. Da qui, in mezzo ai miei amici, sto assistendo alla mia piccola rinascita individuale.

mercoledì 9 aprile 2014

Orsorella e gli altri

Questo è il promo-video che io e Alfonso abbiamo realizzato per "Orsorella e gli altri", un libro di fiabe lateresi (cioè di Latera, un paesino dell'Alto Lazio al confine con la Toscana) edito dal mio amico Davide Ghaleb (qui il link). Lo proponiamo anche in lettura musicata dal vivo e la mia chitarra sarà al servizio di Banda del Racconto (Alfonso Prota alla voce e Marco D'Aureli all'esegesi) domani a Roma, alla libreria Odradek (via dei Banchi Vecchi 57), alle 18.

domenica 6 aprile 2014

Fratello

Oggi sono stato esattamente qui, seduto là dietro. Qui dove Pasolini viveva e disegnava, come in questa foto, negli ultimi anni della sua vita, "nel paesaggio più bello del  mondo, dove l'Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri". La casa di Pasolini a Chia viene aperta al pubblico dagli eredi, di tanto in tanto, per concerti ed eventi culturali. Non riesco a pensare a lui se non come a un fratello, e il fatto che sia stato così indissolubilmente legato alla mia terra, e forse anche a causa di questo ramo friulano che mi scorre nelle vene, mi unisce a lui in un qualche rapporto che sento intimo come in nessun'altra figura di intellettuale.

"C'è da salvare la città nella natura. Il risanamento dall'interno. Basta che i fautori del progresso si pongano il problema. Questa regione, che per miracolo si è finora salvata dalla industrializzazione, questo Alto Lazio con questa Viterbo e i villaggi intorno, dovrebbero essere rispettati proprio nel loro rapporto con la natura. Le cose essenziali, nuove, da costruire, non dovrebbero essere messe addosso al vecchio. Basterebbe un minimo di programmazione. Viterbo è ancora in tempo per fare certe cose. [...] Quel che va difeso è tutto il patrimonio nella sua interezza. Tutto, tutto ha un valore: vale un muretto, vale una loggia, vale un tabernacolo, vale un casale agricolo. Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi come una chiesa o come un castello. Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto è in balìa della speculazione. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una svolta culturale, un lento sviluppo di coscienza. Perciò mi sto dando da fare per l'Università della Tuscia".

Questa è una parte dell'intervista rilasciata da Pasolini, sotto la Torre di Chia, al giornalista Gideon Bachmann, e pubblicata a pagina 3 del Messaggero di domenica 22 settembre 1974. Una profezia che calza a pennello contro il tentativo di devastazione, a mezzo cementificazione, della deliziosa e caratteristica Valle dell'Arcionello. 
Fratello, non posso fare altro che rivolgermi a te. Lo faccio così, pubblicamente, senza pudore, perché so che pochi leggono questo blog ora. Quello che chiamano il mio narcisismo sa che, se mi impegnerò, qualcuno tornerà a leggere. Ma ora è come essere in un deserto, pubblico, ma pu sempre deserto. E ti chiedo dove sono finito, perché da tanti anni mi sento come bloccato, impaurito, e non riesco ad attingere a quella voce interiore che, nonostante tutto, si accende al suono della tua, come se il messaggio che hai lasciato avesse percorso ogni singola pietra millenaria della mia terra e fosse arrivato poi a risvegliarmi dai miei torpori. Cedo a cose che sembrano insensate, come se non riuscissi a toccare le midolla di ciò che dovrebbe essere la vita e che ci circonda tutto intorno, in questo paesaggio di bellezza infinita. È da qui, da me, che devo risvegliarmi, recuperare quel messaggio "politico" di cui ti sei fatto vate, portarlo fino in fondo con altri fratelli come te, come il mio amico Humpty. Sentire la poesia. Portare a termine il disco che stiamo facendo insieme, come a sancire la nostra fratellanza, approfondire i nostri discorsi, e tornare a cantare con la mia voce, quella che ho tralasciato per tanti anni, ora che ne ho 30. In questi mesi ed anni di confusione insensata.

giovedì 30 gennaio 2014

venerdì 18 ottobre 2013

Mi domando perché siamo ancora qui, dal momento che c'eravamo promessi che saremo stati tutti altrove.

Il tempo è un nastro inceppato in un incomprensibile ingranaggio. Ritorno su queste strade solo e sono sempre io, ma cambiato. Tutto è esattamente allo stesso posto, immobile, come se ce l'avessi lasciato solo poche ore fa. Un sottile strato di polvere è l'unico indizio, visibile solamente da vicino, come un diaframma, impercettibile alla scarsa luce, del distacco e della separazione tra me e le cose. Mi domando perché siamo ancora qui, dal momento che c'eravamo promessi che saremo stati tutti altrove. Invece, il nostro era un girare a vuoto, un turbinio di trottole senza direzione, forse mai sopito, forse ancora in atto: eccolo qua, ti rivedo e in qualche modo mi stai dicendo che, ancora, non sarai qua, che sicuramente sarai altrove, presto, molto presto. Non ci credo più da tanto ormai. Ho pensato che siamo simili a pulviscolo: ognuno un granello, con la sua piccola storia da raccontare e poche o nessune orecchie ad ascoltare, dispersi su sponde oceaniche agli antipodi nel cerchio di pochi metri quadri, soli in mezzo a tutta questa folla. Dovrebbe esistere un progetto che ci renda tutti partecipi, come membri di un organismo sano e funzionante: ognuno nella sua essenza unico e funzionale, ognuno libero di testimoniare il mistero dello stare al mondo nella pienezza dell'essere. E invece siamo come rottami alla deriva, aggrappati a sogni che non ci appartengono, divisi - ma da che cosa? - ognuno sul proprio scoglio, senza una rotta comune, senza un'imbarcazione capace di contenerci tutti. Un organismo, un progetto, un circuito di sinapsi, un tutto in cui il molteplice si fa uno in una continua creazione: è questo che servirebbe. Forse sono gli individalismi di questo tempo di sfrenate competizioni a renderci sterili. Abbraccio questo mio vecchio amico ascoltando la sua promessa e io, ancora, spero di andare a trovarlo altrove.