martedì 1 settembre 2009

Morta molto peggio che se fossi realmente morta

Mi hai scritto, che speri che un giorno il saperti viva, felice ed indifferente altrove mi faccia sorridere. E questo dovrebbe consolarmi, dopo che mi hai costretto alla damnatio memoriae?
In verità sei morta molto peggio che se fossi realmente morta.

martedì 18 agosto 2009

Too heavy packaging for this body




















E' inverno ora da queste parti. E' Agosto, il mese più freddo dell'anno. Ma qui non è il polo sud. Eppure non si sta immobili.
Il problema maggiore è il sonno, ipertrofico: è sempre stato un antidoto alla vita.
Di conseguenza, ogni respiro è frammentato in mille schegge che vivono della loro singolarità e momentaneità, mancando un disegno d'insieme.
Vivere per davvero è una questione d'equilibri, se non spesso d'astuzia e mercanteggiamento.
T'impegni tanto a costruire le mura della tua casa, quando poi finisici per accorgerti che le colonne che sembrano così salde non se vanno altrove solo perché al momento non gli conviene. E magari scoprire poi che anche noi dentro agiamo secondo questo do ut des, e ce ne vergognamo e cerchiamo di estirparlo trasformandoci di conseguenza in perdenti cronici. Non c'è via di scampo dal mercato, e non abbiamo alternative al cercare di sfuggire dal mercato. Per questo si vive così, lacerati e pazzi, schizofrenici.

Dovremmo cercare di assorbire più letteratura possibile da piccoli, perché si ha il tempo e la verginità necessaria a rifletterla, elaborarla e criticarla in modo tale che ci arrichisca di idee veramente nostre.
Superata una certa soglia ci si indurisce, e se vogliamo arricchirci iniziando questo processo non riusciamo ad essere più che degli stupidi pappagalli.

Fatto salvo che l'empatia dovrebbe regolare la base prima di ogni rapporto umano, tanto più la cosa vale quando si lavora e meglio ancora si crea insieme a qualcuno. Mettere in fila quattro parole e note ed intrecciarle al fine di creare una trama che risulti bella, per esempio , non è una semplice operazione di composizione e riproduzione meccanica, come vorrebbero indurci a pensare plasmando a martellate la nostra forma mentis.
Occorre ascolto, comprensione, scambio, interiorizzazione, riconoscimento, identificazione.
Poiché la comunicazione e lo scambio sono qualcosa di estremamente difficile, ammesso che sia possibile un vero scambio (e suppongo di no, perché questo implicherebbe non essere più noi, ma un altro, e questo è impossibile), serve pazienza e spesso sforzo. Sentiremmo meno la fatica incontrando anime che percepiamo come affini, questo per la gioia di sentirci meno soli.
E' l'unica attività che può davvero lasciarci qualcosa di valore.
E' la differenza tra una produzione di serie ed il lavoro di cesello, artigianale.
E' qualcosa che è già pesantemente inficiato quando le persone con cui lavori sono semplici tecnici che stanno lì solo perché li paghi. Di te non gliene frega un cazzo.
Al momento sto comunicando e creando. Pezzi che non sono miei concepimenti ma che sento. L'impegno è il lavoro di osmosi, la soddisfazione la ricerca della bellezza come affermazione della propria esistenza. Siamo qui, siamo questo, potete anche massacrarci, ma abbiamo la dignità e i coglioni di suonarvelo forte in faccia.

Ogni giudizio critico di conseguenza non dovrebbe prescindere da un minimo d'empatia e sforzo di conoscenza e comprensione. Il resto è ciarpame, o ancora commercio o parole sprecate.
Chi non se la sente di intraprendere questo sforzo, che impilca fruire molte meno cose ma bene, dovrebbe rinunciare a sparare recensioni ed opinioni sommarie che sono inutili, se non dannose.
L'equilibrio del valore ancora una volta è in un cerchio non troppo ampio e non troppo stretto.

giovedì 6 agosto 2009

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Quando dicono "c'è altro nella vita" o sono degli incoscienti, o sono degli ipocriti: poiché la radice di ogni cosa umana è nel comandamento genetico del sesso, che è veramente Dio, e nient'altro sussiste senza il motore primo. Quindi, non c'è altro nella vita al di fuori di questo.

lunedì 3 agosto 2009

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...e già ricordo quando dicevi "siamo quei venti che cambiano i deserti". Era una vita fa.

giovedì 30 luglio 2009

Ssssshhh

"Scende/sfuma in strisce di nuvole/sui campi sugli orti più flebile/ogni rancore rincorre/lo scemare del sole"

ero più piccolo, ma non cambia

mercoledì 29 luglio 2009

Throw down your umbilical noose so I can climb right back

Si dice che l'uomo sia l'unico animale consapevole della propria inevitabile fine. Presupposto che non esprimerei nulla di sicuro su quello che può percepire non solo un animale, ma in genere un altro essere, perché qualsiasi cosa possa io affermare dipenderebbe sempre dal mio punto di vista e da assunti miei propri (in pratica, bisognerebbe per assurdo essere proprio QUELL' animale per capire qual è il suo modo di occupare un posto nell'esistenza), la certezza della fine coinvolge qualsiasi cosa abbiamo l'illusione di possedere. Un lutto amoroso per esempio, è pur sempre un lutto.
Perché poi siamo così recalcitranti ad accettare la sparizione delle nostre certezze, la separazione da quello che eravamo, la perdita e l'abbandono io non saprei dire con esattezza, visto che sono possibilità che mettiamo in conto fin da subito.
Forse si rinnova il dolore primigenio di venire al mondo e di sentirci improvvisamente e violentemente separati.
"Throw down your umbilical noose so I can climb right back" (Heart Shaped Box, Kurt Cobain): è la ricongiunzione con l'unità che abbiamo perso e che continuiamo a perdere continuamente nell'illusione di costruire. Un nodo scorsoio alla gola. Aborriamo il divenire e la consapevolezza di essere fondamentalmente soli. È questa nostra solitudine che in realtà innalziamo mattoncino dopo mattoncino? La depositiamo nella nostra memoria emozionale, nell'amigdala, trascinandoci dietro come un archivio di tutte le combinazioni elettro-chimiche che il nostro calcolatore organico ha incontrato nella sua parabola. Ogni fine è quindi memoria riproposta della fine della primitiva unità? Avremmo allora un dolore di default installato nell'anima, metro e fonte da cui attingere per riconoscere ogni altra esperienza a venire. Ma così facendo la morte lascia pur sempre una sua impressione nella nostra macchina da presa: siamo noi che vogliamo/dobbiamo tentare di eternizzare gli attimi in questo modo, piuttosto che lasciarli indietro definitivamente? E per quale motivo? Quale perverso meccanismo evolutivo ci ha dotato della capacità di ricordare, e per quale fine?
Se non siamo altro che macchine raffinatissime comandate da software genetico, il cui unico compito è la riproduzione (e tutto dovrebbe essere cominciato in quella brodaglia primordiale per una combinazione casuale di azoto, carbonio, idrogeno ed ossigeno, una possibilità su un numero che tende all'infinito), questa caratteristica una funzione di vantaggio per replicare l'esistenza non dico della specie, ma proprio degli individi, deve averla.
Tra le tante morti che si possono incontrare comunque, quella che origina dal tradimento è tra le peggiori. Il tradimento è un altro tipo di fine che si mette in conto quando costruiamo all'interno dei rapporti umani, inutile dire soprattutto quando si ama.
Non si ama davvero senza concepire la possibilità del tradimento, anche solo perché sarebbe assurdo sentirsi traditi da chi o tradire chi ci è indifferente.
Possiamo addirittura vedere il tradimento in un'ottica positiva, per varie ragioni: ma sempre respingendo da noi l'idea della fine, sempre nell'ottica di trasformarlo in qualcosa che renda le fondamenta più salde. Ma la morte per tradimento lascia scorie pesanti da gestire, proprio quando l'unica cosa che vorresti è cancellare ("The eternal sunshine of the spotless mind"), se il dolore sovrasta perfino i ricordi positivi da cui non riesci, non puoi separarti. Tale morte inquina l'amigdala con un dolore talmente intenso da accendere il meccanismo del rancore e dell'odio. E tu vorresti solo il nulla. L'odio è qualcosa di molto simile all'amore. In qualche modo tutti e due sono sentimenti che ci legano a qualcuno o qualcosa in un rapporto di esclusività.
Ma l'odio forse è un meccansimo di difesa contro ciò che si oppone alla nostra felicità, specie se tale opposizione ci appare brutalmente cinica e volontaria. Se identifichiamo ciò che abbiamo amato come la possibilità concreta della felicità (ancora quel tentativo di risalire il cordone ombelicale?), non possiamo che odiare questo oggetto quando del tutto inaspettatamente e senza altre ragioni che ci paiano comprensibili non solo ci si nega, ci abbandona e ci rifiuta, ma ci calpesta. L'essenza del tradimento non è nella fine, che temiamo ed aspettiamo (potremmo anche morire noi, non necessariamente l'altro) ed è più facile da sopportare, ma nella malvagità ingiustificata. Abbiamo permesso all'amore di avvicinarsi a noi così tanto, oltre le difese, solo perché potesse colpirci nel massimo della profondità.
Se niente è eterno, ogni amore finisce. Quindi sappiamo che uccideremo o saremo uccisi, o tutti e due, fin da principio. Ma ci restano numerose speranze di salvezza e di sopravvivenza che rendono il distacco, più o meno facilmente, simile alla quiete e alla dimenticanza. La morte per tradimento inficia queste speranze e ci inquina in profondità, perpetuando il legame di esclusività. Quanto tempo occorrerà per smaltire l'inquinamento, ed accettare davvero la morte e la solitudine?

lunedì 27 luglio 2009

Disintegrato nell'Alba?


Non riesco a definire la felicità. Posso dire di stare bene l'80% del mio tempo e pensare che in passato, anche remoto, la cosa è stata sempre più o meno stabile. Ma se mi chiedessero se sono felice, non saprei rispondere. Suppongo di si. Non mi manca da vivere, anzi ne ho in sovrappiù. Se analizzo il rapporto tra vantaggi e svantaggi di quello che il caso mi ha assegnato, e di quello che sono diventato percorrendo diverse strade più o meno consapevolemente (e penso che il più delle vie si percorrano e basta, anche se ci tocca l'illusione di un qualche libero arbitrio), devo dire che il bilancio è decisamente favorevole. Mi sono comportato sempre piuttosto bene, e la vita è stata generosa con me. A volte soffro come tutti, niente di particolare. Perdere un affetto, subire il più efferato tradimento, avere qualche limitato difetto fisico, coltivare qualche rimpianto, sentire di aver sbagliato cose importanti; sono solo alcuni dei comunissimi dispiaceri che distribuiti insieme a qualche piccola gioia e soddisfazione rendono l'esistenza una linea piuttosto retta, priva di fratture o titubanze, sparata dritta sul piano del prevedibile. Dunque la felicità deve essere questa, un equilibrio di forze tra le nostre aspettative, i nostri sforzi per realizzarle e quello che il caso ci pone davanti.
In fondo non è molto diverso dal dormire. Assomiglia al sentirsi esistere, e basta. E' allora quando si prende coscienza di sé che nasce la radice non dico di sofferenza, ma di fastidio? E' dunque l'incoscienza ciò che ci rende più in sintonia con le sfere celesti(tanto per tirare in ballo quasi con spirito di celia millenni di filosofie che saltano dall'occidente pitagorico all'oriente occidentalizzato più becero), o è forse questa che ci illude di stare bene e ci convince che forse è vero, è questa la felicità? Odio gli esistenzialisti. Ci sono un miliardo di cose più concrete a cui pensare, o di cui godere. Domandarsi che cosa sia la felicità è un atto esistenzialista. Aveva ragione Erodoto nelle sue Storie facendo sostenere a Solone che nessuno dovrebbe dichiararsi felice, non dovrebbe nemmeno pensarci finché sul punto di morte non possa voltarsi indietro e vedere come in una pellicola tutta la sua vita scorrergli davanti agli occhi. Allora forse dovremmo dare ragione al carpe diem e prendere coscienza di ogni attimo che ci capita, facendo bene attenzione a catturarlo con tutti i sensi quasi per rubargli l'essenza e farlo nostro. E' un atto che ci fa sentire di esistere come individui soli e distinti più di qualunque altro. Vivo, adesso, qui, sento le mie mani, l'equilibrio elettrochimico che regola il mio organismo, ogni cellula disporsi esattamente dove deve per mandare avanti questa straordinaria macchina senza senso. Ci sono, e tra l'altro filtro ogni cosa attraverso di me. Quindi niente esiste se non percepito e rielaborato dalla mia coscienza, e non saprei dire se ciò che è all'esterno sia oggettivo. E' forse essere felici questo attimo, slegato da quello immediatamente precedente e successivo? O è prendere atto della propria cosmica solitudine, e sostanzialmente vivere di un'infelicità assoluta? Dimenticanza di sé allora, fusione con il tutto e niente, torniamo ai buddisti del cazzo. Per un sacco di tempo, e certe volte ancora, avrei voluto cristallizarmi come un sasso e semplicemente esistere, immobile, quasi fino a sfiorare la disintegrazione nel Nulla-Tutto. Ho tentato anche di sperimentarlo, "annientandomi" di sonno. Lo racconto in maniera abbastanza ermetica in Alogos. In sostanza, non ci si capisce una mazza, ma il significato è questo.
D'altronde le parole non bastano per esprimere una cosa del genere, sono astrazioni comunque limitate. Al di là di tutto, ho impresso alcuni momenti in cui la mia singolarità distinta era percepita come felecità assoluta. Il loro ricordo è quanto di più vicino all'idea di felicità io abbia in realtà, anche se non posso riconoscerla tale per le mille contraddizioni che potrei elencare anche solo andando a rileggere quello che fin qui è stato scritto. Ero assolutamente felice nel miracolo di quell'alba verde e della nostra veglia? Eternizzai quel momento d'adolescente descrivendolo come in una specie di immagine-racconto in tre tempi distinti: cioé, lo scrissi una prima volta al passato, poi ricominciai da capo cambiando i tempi al presente, e di nuovo ancora al futuro. Era il mio tentativo di sviluppare una tecnica per sperimentare la felicità assoluta, che non può essere tale se non è eterna. Ed eccola qua, l'impressione quasi fotografica: io ero là, sono ancora là e sarò là con lei, o siamo Uno in due, non lo so, disintegrati nell'alba, pura luce. Eppure quest'impressione mi dà anche la percezione ben distinta della mia individualità, e solitudine totale. Come dire, che la felicità assoluta non può esistere se nell'altro lato della sua medaglia non vi è l'infelicità pura. Due contrasti ossimorici per due opposti che coincidono, come sempre. Quindi forse la linea retta, ed il piano prevedibile, e la vita automatica, è ciò che più in realtà si avvicina alla dimenticanza. Quando arriverai alla fine, potrai forse persino evitare la domanda se tu sia stato davvero felice. E te ne sparirari nella terra come un sasso disintegrato in sabbia dal vento del deserto.
Ma che cazzo ne so, so solo che ho fatto quel ritratto di me a quarant'anni sulla lista della spesa di qualche giorno fa. Maledetti tentativi di fissare gli attimi.