mercoledì 22 dicembre 2010

Non dovresti uccidere























Du sollst nicht töten. La lingua tedesca risulta molto più precisa dell'italiano perché il verbo sollen implica un dovere con la possibilità dell'arbitrio, quindi qualcosa come "non dovresti uccidere".
Ferocia. A che serve scrivere di innocenza e purezza e puntare il dito, se al primo specchio in cui scorgiamo la nostra faccia ci si scopre marci e corrotti tanto quanto il resto? È come scagliare la prima pietra e dichiararsi senza peccato. Se il vivere contemporaneo è l'estensione del dominio della lotta (una versione raffinatissima del più violento stato di natura), l'unica possibilità di civiltà, l'unico valore da apprezzare al di sopra di ogni altro è davvero la bontà, la capacità incondizionata di amare. Ma il vuoto e la lacerazione interiore, provocata dalla scoperta di non essere capaci di praticare fino in fondo ciò che si predica, è ragione sufficiente per odiare la vita. Io odio tutto questo. Io mi faccio schifo. Voi mi fate schifo. Non me ne fotte un cazzo di tutti i bei discorsi e delle minchiate sul benessere da manuale di psicologia: l'intelligenza porta alla civiltà, la civiltà reca con sé il senso etico, il senso etico si nutre d'empatia. C'è bisogno di un'intelligenza elementare per capire quanto l'egoismo sia eticamente abominevole. L'inquinamento dev'essere alla base stessa della biologia, della chimica e della natura, cioè della vita; di conseguenza, ciò che ha elevato la ferocia dello stato di natura a raffinatissima e falsa "civiltà", ha raffinato e potenziato anche la crudeltà. L'unico argine utopistico a tutto questo è la bontà. Ma ci si scopre comunque orribilmente corrotti in un violento vorrei ma non posso. Vittime e carnefici a fasi alterne, in un gioco perverso e continuo. Un cazzo di incubo senza fine. L'unico atto catartico e di redenzione dovrebbe essere davvero l'annullamento di sé: la capacità di fusione, di annichilimento, la possibilità di portarci dove la nostra intelligenza riconosce la bontà. È come se la corruzione, che l'intelligenza rifiuta, fosse incarnata nella vita stessa. Odio la prigione del mio corpo. Odio i miei istinti. Odio questo fardello biologico, estremizzato dal mondo in cui vivo, e odio l'impossibilità intima di praticare la bontà come vorrei, di guidarmi dove vorrei. Mi amo troppo per annichilirmi, e questo è scorretto. È un paradosso etico. Voglio salvezza da tutto questo. Cos'è che mi manca? Cos'è che non posso raggiungere? Cos'è che mi condanna ? Conosco a memoria tutte le obiezioni e tutte le risposte. Non me ne frega un cazzo, usate l'intelligenza. Siete tutti vittime o carnefici a fasi alterne. L'uccidere e l'essere uccisi è insito nel fatto stesso di esistere e non possiamo farci niente, non possiamo fare a meno di amare troppo noi stessi e di competere cinicamente nell'assurdo dominio della lotta. La possibilità utopistica della bontà rimane tale e non elimina la sofferenza e il senso di colpa. L'intelligenza ci mostra i nostri limiti ed acuisce l'angustia di questo cazzo di incubo. Certo, domani sorriderò di nuovo come tutti voi, sapendo di aver seminato cadaveri e di essere stato massacrato anch'io. Macché tragedie, sorridete, la vita è bella, è Natale, pensate ai regali, e mica stiamo in guerra, pensa a quelli che fanno la fame. Certo. Ferocia.

lunedì 22 novembre 2010

Il Funerale della Ninfea su Beat Bop A Lula

SILVIA LEONI
Il funerale della Ninfea
Sub Terra – Radio Riserva Indiana, 2010
Autore Micaela De Bernardo
(del 22/11/2010 alle 00:01:00)

Silvia Leoni ha voluto metterci proprio tutto nel suo ep d’esordio Il funerale della Ninfea. A costo di apparire una bambina avida di regali da scartare, quello che presenta è comunque un lavoro elegante e commovente che accompagna la sua voce in sei tracce alternate tra lingue diverse e lontane. Il tutto arrangiato da La guerra delle formiche e dal progetto di avantgarde sonora Morning Opera.
Ad accoglierci è il violino dell’iniziale Amor Fou , una melodia capace di far incontrare la Francia e il mondo mediorientale. La Leoni è voce angelicata, dai toni sempre gradevoli e armoniosi. La Redenzione, In questo momento e Penombra – i tre brani cantati in italiano – trasportano la cantautrice in un ambiente familiare alla Consoli e al suo approccio tutto femminile ad un cantautorato che sa entrare a testa alta nell’emisfero rock della musica nostrana.
Mary says è la traccia in inglese che vi ricorderà le tre bellissime sorelle irlandesi che spopolarono col nome The Corrs. Si sta in bilico tra suoni spirituali e canto pop, quello pronto a valicare la soglia del campo discografico. A chiudere l’opera ci pensano i 51 secondi della strumentale Coda, un violino che pare chiudere un cerchio semiperfetto, destinato a raccogliere però i consensi sinceri di un debutto raffinato.
Silvia Leoni crescerà con la sua musica e la sua chitarra. Il risultato lo leggeremo tutti.
www.beatbopalula.it

domenica 14 novembre 2010

Schiavi della nostra libertà

Sono andato troppo in là per non pensare che la corruzione delle capacità affettive degli uomini contemporanei sia ad uno stadio irrimediabile. Nell'antico e soffocante mondo contadino esisteva una legge morale che, per quanto possiamo trovare oggi opprimente, svolgeva una funzione protettiva e creatrice fondamentale. Tale legge è andata completamente perduta e annientata: in nome della libertà e dell'affermazione individuale, sono ritenute accetabili se non lecite e giustificabili azioni che un tempo avrebbero suscitato orrore per prima cosa in chi le aveva compiute. L'umanità 2.0 instaura reti gigantesche di relazioni i cui nodi sono sostanzialmente effimeri ed intercambiabili e al centro c'è l'individuo, solo. Nelle profondità di questo oceano in movimento, i cui scenari cambiano con una rapidità vertiginosa, mai conosciuta prima d'ora, si consumano veri e propri omicidi psichici. I giovani occidentali si stuprano a vicenda, non da meno fisicamente e letteralmente, e lo fanno consenzientemente, spesso con il sorriso. La fame di networking è schizofrenica ricerca di relazioni da consumare fintanto che lo scenario esterno non vada a mutare, cosa che accade in tempi rapidissimi in un contesto globale che richiede estrema flessibilità affinché il flusso di "merci" (intendendo con questa parole non solo cose, ma anche informazioni e persone) accresca in efficenza (velocità e quantità). Questo è semplicemente parte fondamentale del rito ortodosso della "religione" del nostro tempo. Tale schizofrenia relazionale senza possibilità di sazietà ha talmente intaccato in profondità le coscienze delle ultime generazioni che nessuno di noi ne è immune, nemmeno le menti migliori. Quando tutto questo si traduce in intimi desideri, pulsioni e lacerazioni interiori che cambiano i sentimenti alla stessa velocità degli scenari, generando sovente mostri, si può dire che il processo è giunto ad un punto di non ritorno. L'antica legge morale è stata spazzata via nel giro di pochi decenni e, se inizialmente la libertà è stata vissuta con legittima gioia ed euforia, perché ci si era liberati di catene e fardelli troppo soffocanti, oggi non possiamo fare a meno di essere schiavi della nostra libertà, forse più schiavi di quanto non lo fossero i nostri antichi antenati. Frustrazione ed amarezza sono i due termini chiave per descrivere cosa alberga veramente sui fondali di questo oceano. E' solo l'inizio del declino definitivo della nostra civiltà. In un ciclo millenario, in un volo di prospettiva così azzardatamente ampio, si potrebbe vedere questa come la naturale evoluzione di quel processo iniziato in tempi remotissimi con l'affermazione delle culture indoeuropee - dominate da un principio maschile e guerresco - sulle culture matriarcali, guidate da un principio femminile e creatore. Qualsiasi cosa di quel "matriarcato" possa essere sopravvissuto nel corso dei millenni, oggi è del tutto incomprensibile e perduto. Le intelligenze più lucide pare che non riescano a far altro che abbandonarsi alla rassegnazione, alla negatività e al nichilismo. Per gli altri, non resta che vivere la liquidità moderna con l'illusione che la velocità e l'irrequietezza siano la felicità. Per chi difende quel principio positivo, creatore e femminile, la consapevolezza di essere un dinosauro e la volontà di estinguersi perlomeno irraggiando speranza e quel tanto di luminosità e positività che riesce a far splendere dalle proprie ossa fossili.

sabato 13 novembre 2010

Il Funerale della Ninfea su The Breakfast Jumpers

Silvia Leoni, La Guerra delle Formiche e Morning Opera - Il Funerale della Ninfea EP - 2010
Silvia Leoni è una cantautrice di Sutri in provincia di Viterbo. Le sue canzoni nascono nell'intimità ombrosa di una cameretta, su di una chitarra acustica con il manico spezzato e l'equilibrio precario. Dall'incontro con la Guerra delle Formiche è nato il Funerale della Ninfea, un EP che ha portato fuori dal cassetto le semplici ma affascinanti composizioni di questa ragazza del timbro vocale delicato e magico. Il progetto di avantgarde musicale Morning Opera e gli arrangiamenti d'arte di Coquelicot hanno completato la veste musicale che avvolge il nucleo di accordi e parole. Una piccola comunione di anime, di menti pensanti e non allineate che si muove sotterraneo e battagliero senza sgomitare, in un'era in cui normalmente "vince" chi urla di più. E' possibile ascoltare e scaricare questo delicato e intenso EP anche da Jamendo, oppure ordinarlo via mail.
Silvia Leoni, La Guerra delle Formiche e Morning Opera
Il Funerale della Ninfea EP
2010
Sub Terra / Radio Della Riserva Indiana
Tracklist:
1. L'Amour Fou
2. La Redenzione
3. Mary Says
4. In Questo Momento
5. Penombra
6. Coda

lunedì 25 ottobre 2010

L'anaffettività più spietata

Io vedo solo che quelli che cercano freneticamente l'affermazione e il successo, mirando a diventare grossi ad ogni prezzo per supplire alle proprie fragilità nascoste (come se ammetterle serenamente e con dignità fosse un atto vergognoso), sono delle teste di cazzo immani, e della specie più pericolosa. Ti accusano di autocommiserazione e con un diabolico lavoro di violenza psichica riescono quasi a convincertene, facendo sì che tu ti autodistrugga in maniera subdola e indotta. Non esitano a sfruttarti e a sacrificarti sull'altare del proprio egoismo, succhiando linfa vitale dal tuo animo. Aggirano le tue difese proprio dove sei più debole, proprio dove vuoi essere più debole, proprio mentre ami. Sono quelli pronti ad abbandonarti per salire sul carro del primo vincitore, perché incapaci o non abbastanza coraggiosi per creare qualcosa dal basso, intrecciando le piccole mani con le mani piccole di chi li ha amati. Sono soggetti che celebrano l'individualismo, la volubilità e l'anaffettività più spietata perché riescono a vedere nell'altro solo un mezzo. Da qui nasce il sentimento di essere costantemente in guerra: una guerra delle formiche, ben conscia della propria piccola e preziosa integrità da difendere strenuamente.

domenica 5 settembre 2010

L'Art Brut

La scorsa sera ascoltavo il mio vecchio zio narrare di cose appartenenti a un mondo precedente al nostro; intendo il mondo dei miei nonni e bisnonni, quel millenario mondo contadino cancellato dall'avvento della società dei consumi. Riflettevo sul fatto che probabilmente la mia generazione, pur essendo ampiamente globalizzata, è l'ultima a prevedere la possibilità d'esistenza di qualche individuo in grado non dico di comprendere, ma almeno di intuirne vagamente l'essenza. In questo senso avremmo una grande responsabilità. Tra le prime generazioni consumistiche, non ancora pronte, e le ultime nate, totalmente omologate, siamo forse gli unici in grado di poter elaborare un messaggio che recuperi brandelli dell'essenza migliore di quel mondo, ma che sia allo stesso tempo comprensibile a livello globale. Potremmo essere i più idonei a offrire una visione di possibili scenari futuri, dotati di ali e allo stesso di salde radici. Lo scopo della creazione dovrebbe essere quello di forgiare nuovi valori, una filosofia, una ricerca continua all'interno dello spirito. A quel punto l'individualità stessa dell'artista sparirebbe come nell'aedo o nel poeta antico, semplici tramiti delle Muse. Penso a un ritorno alla Natura e alla Lentezza, al recupero delle capacità affettive (disintegrate dal cataclisma emotivo contemporaneo, che vede il trionfo dell'individualismo), alla possibilità di una rete sociale decentrata, costruita liberamente dal basso, in cui il concetto di centro e periferia e di Metropoli e Provincia va sempre più fondendosi in una cosa sola, in una trama di nodi che sono Uno e Molti allo stesso tempo. Cose come Sub Terra o come La Guerra delle Formiche, che pure ancora non lo sono, dovrebbero esistere per essere, dietro le prime apparenze, parte dello spirito di queste Muse, forse in attesa solo di qualche poeta da invasare. E' qui che vorrei muovermi e "sparire" come individuo o come rete di individui (Sub Terra). L'Arte, che oramai non c'è più, che probabilmente non conosciamo più, non dovrebbe essere altro che questo. Ecco forse perché qualcuno sta tentando di studiare, capire e classificare (ma si possono "studiare" e "classificare"?) le espressioni "artistiche" dei folli, o degli ultimi "incolti" rimasti, come possibilità di scorgere uno spirito autentico e antico, sopravvissuto al naufragio, che sia da indicazione per il futuro. Mi riferisco a quella che chiamano Art Brut. La gran parte del resto è solo un'allegra danza, buona per il circo dell'entertainment in cui sguazza oggi la nostra civiltà.

venerdì 6 agosto 2010

Silvia Leoni: live Secret Concert S.Martino al Cimino






















Ecco la registrazione del Secret Concert del 14 Luglio a S. Martino al Cimino (VT) insieme a Diego Mancino. Una bella serata per pochi intimi in mezzo al bosco , praticamente l'esordio live de "Il Funerale della Ninfea".

Silvia Leoni - voce e chitarra
La Guerra delle Formiche - chitarra
Morning Opera - chitarra
Coquelicot - violino e voce

in

Il Funerale della Ninfea

- L'Amour Fou
- La Redenzione
- Mary Says
- In Questo Momento
- Penombra


scaricatelo qui.